Yule, Solstizio d’Inverno

dal 21 al 25 Dicembre: Yule, Luce d’Inverno, Solstizio d’Inverno, Natale.

Yule, il primo sabbat minore, il Solstizio d’Inverno con il suo significato di rinascita del Dio Sole, il Sole Invitto che, solitamente, cade il 21 dicembre. La ruota dell’anno (hjól, ruota in lingua norrena) con Yule tocca la sua estremità più bassa. Il punto più buio, la nigredo, il giorno più buio dell’anno, la notte più lunga ma, contemporaneamente, è la porta per la rinascita della Luce ed essa trova sempre il modo di brillare e di espandersi. I Solstizi (inverno ed estate) indicano l’iniziazione, la morte simbolica e il risveglio ad un nuovo stadio. Lo specchio è il loro simbolo per eccellenza ed è espresso nella frase: “Visita Interiora Terra e Rectificando Invenies Ocuitum Lapidem”. Il “V.I.T.R.I.O.L. Alchemico” che è la sintesi del processo iniziatico: “Visita l’interno della terra” cioè la profondità del tuo essere “e purificando, troverai la Pietra nascosta”.  Yule è la prima delle 4 feste che seguono l’andamento del sole, nel cielo, e coincide col Solstizio Invernale. La parola “YULE” pare derivi da lingue proto-indoeuropee col significato di ruota, anno, stagione, periodo annuale e rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo solare. Yule è legata alla runa Jera, che trova corrispondenza nell’ora 23:30-00:30 e nella quindicina che va dal 13 dicembre al 28 dicembre, associata agli dei nordici: Baldur, Hudur e Loki. Perciò, ha il duplice significato di gioia e celebrazione. Jera/Yule rimette in circolo le energie (Jera, nelle rune, è al 12° posto), mentre Dagaz (che occupa il 24° posto ed è quindi il suo opposto, il Solstizio d’Estate) le trasforma, così come accade nei campi quando le piante si trasformano e donano frutti. Jul, nei paesi scandinavi, indica il periodo del Natale, le feste invernali.

Il solstizio invernale è anche legato al nome di un arcangelo (secondo il Liber 777 di Aleister Crowley): Farlas (gli altri 3 Spiriti Planetari, per ottenere beni materiali, secondo i diversi poteri di ognuno di loro, sono: Taloi -Equinozio di Primavera-, Casmaran -Solstizio d’Estate-, Adarael -Equinozio d’Autunno-; il quaternario con: 4 stagioni, 4 Arcangeli, 4 Evangelisti, 4 elementi, e via discorrendo). Per la tradizione Cabalistica, l’Arcangelo legato a Yule è Raphael, Arcangelo guaritore, dell’elemento Aria. Per le tradizioni Celtiche, invece, Yule è una delle 4 feste della Luce o Alban: la nascita del figlio divino, il momento in cui il sole torna a nascere e, a differenza dei sabba maggiori, prettamente celtici, è una festa diffusa in tutto il mondo.

Il Sole, durante il solstizio d’inverno, tocca il punto più basso dell’orizzonte ma, da questo giorno in poi, inizierà a risalire. A differenza del Solstizio d’Estate, la notte del solstizio invernale è la più lunga dell’anno: l’oscurità trionfa ed è alla sua massima estensione e la Luce è nella sua minima durata ma, al contempo, il buio prepara il cammino alla Luce (così come il 21 giugno, il giorno di massimo splendore della Luce, ci conduce, inevitabilmente, verso il suo declino e l’oscurità, prima autunnale e poi invernale) e viene celebrato in tutto il mondo come profondo bisogno dello spirito, evocando la potenza della Luce con milioni di luci e fuochi che illuminano la notte, vincendo e superando la forza dell’oscurità e dell’ignoranza, con gioia, fiducia e un gesto puro del cuore. Dopo il solstizio invernale le giornate iniziano poco per volta ad allungarsi.

Come tutti i periodi di passaggio il solstizio invernale è un momento carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e archetipi provenienti da un lontano passato. Nell’Impero Romano era noto come Deus Sol Invictus o Dies Natali Solis Invictis, festeggiato durante i Saturnalia e preso dalla cultura Etrusca, più antica dei romani. Mentre il culto solare mitraico affonda le sue radici in oriente. Il Mitra vedico (divinità della luce) nasce al solstizio dentro una grotta, partorito dalla prima madre, materia primordiale vergine, che porta con sé la luce del sole. In questo periodo la natura è come sospesa, tutto è in attesa della nuova luce, aspettando l’alba, quando la Grande Madre darà vita al Sole Bambino, che porta in sé speranza e promessa di un’altra estate. Come nella tradizione cristiana (che, si sa, ha preso a prestito date e alcuni simboli pagani per sostituirsi a feste già presenti nelle altre culture), la Donna Benedetta porta nel suo giovane grembo l’infante, la nuova e rinnovata Luce del mondo. Infatti, fu solo al Concilio di Nicea che venne deciso di sovrapporre a queste feste pagane la nascita del Figlio di Dio, Gesù Cristo, per soppiantare il paganesimo e affermare questa nuova religione in via di consolidamento. Solo nei Vangeli di Luca e Matteo vi sono indizi riguardanti, più o meno, il periodo vero della nascita di Gesù, che si collocherebbe tra marzo e aprile, quindi in primavera e non in dicembre! E’ chiaro che fu una scelta prettamente politica e non religiosa!

Il primo Presepe, con la rappresentazione della Natività, fu allestito da San Francesco d’Assisi, all’interno di una grotta nel bosco all’eremo di Greccio, in provincia di Rieti, nel 1223. Egli aveva visitato i luoghi di Betlemme e, di ritorno dall’Oriente, voleva vedere con gli occhi del corpo la rappresentazione della povertà e dell’umiltà in cui era nato Gesù bambino, che tanto l’avevano colpito. Successivamente, diffuso dai frati francescani, il Presepe divenne, nel tempo, una tipica espressione della spiritualità cattolica del Natale.

Curioso come, ancora nei vangeli, ritroviamo una forte similitudine col solstizio, in Giovanni 3:25-30: qui si parla di Giovanni Battista e Gesù Cristo come di due figure di pari notorietà, come se Giovanni e Cristo fossero due diversi soli (25 dicembre nascita di Cristo e 24 giugno nascita di Giovanni Battista), “…Egli deve crescere e io, invece, diminuire…” (Giovanni 3:30). La medesima cosa la ritroviamo nella tradizione di Re Quercia e Re Agrifoglio, fratelli e patroni, ognuno, di una metà dell’anno. Questo passaggio tra la morte e la vita, tra Cronos e Mitra, Agrifoglio e Quercia, tra il vecchio e il giovane, tra anziano e bambino, è un concetto antico di ciclo di vita e rinascita ma, nel corso del tempo è stato demonizzato e il “vecchio” identificato come signore del male o delle tenebre, proprio perché regnava nella parte calante dell’anno, contrapposta alla nascita del Dio cristiano, Gesù bambino che è pura luce.

La bivalenza di questa festa la ritroviamo anche nel guardiano delle porte Giano (Giano Bifronte Janus Bifrons), perché i solstizi erano viste come 2 porte, una dove transitavano gli Dei (a nord, rivolta verso est – ascendente – lato della luce e della vita) e l’altra gli uomini (a sud e rivolta verso ovest – discendente – lato dell’ombra e della morte) e Giano ne era il guardiano. In ambito cristiano ritroviamo questo simbolismo nei 2 Giovanni: il Battezzatore e l’Evangelista, entrambi, in modo diverso, legati al Cristo. Il Battezzatore legato all’estate e l’Evangelista, come Gesù, legato all’inverno; Giovanni che piange e Giovanni che ride (24 giugno e 27 dicembre, perchè il 25 è la nascita del Sole bambino, Gesù) legati alla decrescita e alla crescita della luce, il potere, l’energia. Anche il nome Giano/Janus ha una forte assonanza con Giovanni/Johannes, come se i due aspetti divini legati ai due solstizi fossero le 2 facce di una stessa medaglia, i due aspetti del Sole. Un ordine celeste a cui appartiene il cammino del Sole e un ordine terreste dove troviamo il susseguirsi delle stagioni; due ordini inversi uno all’altro, in modo che quel che è più alto nell’uno divenga più basso nell’altro e viceversa, proprio come recita la Tabula Smaragdina: ciò che è in alto (ordine celeste) è come quello che è in basso (ordine terreste, oppure, i primi(ordine principale) sono gli ultimi (ordine manifesto), come è espresso nella Bibbia cristiana.

Secondo “Il Ramo d’Oro” di James Frazer, Gesù incarna anche tutte le tradizioni del Dio Grano, il Signore del Raccolto (Tammuz babilonese, Dumuzi mesopotamico, Adonis assiro, Adone greco, Horus egiziano, Bacab nello Yucatan, Wiracocha per gli Inca), divinità del sacrificio e del raccolto: morte e rigenerazione per favorire la fertilità della terra, compito di ogni divinità solare. Infatti il culto di Yule  è legato al simbolismo dell’immortalità del Sole, rappresentato dall’abete, nella tradizione delle popolazioni germaniche. L’abete è un sempreverde, non ha un ciclo di morte e rinascita, semplicemente non smette mai di vivere ed è uno dei 9 legni sacri della tradizione druidica. E’ da questa tradizione che deriva l’Albero di Natale che oggi è in tutte le case, in questo periodo. Le luci che mettiamo sull’albero sono i raggi del Sole Nascente che scaccia l’oscurità e si alza a nord-est, facendo risplendere i ghiaccioli tra i rami come fossero diamanti e, quando si alza alto sopra la punta dell’abete, ecco la stella sull’albero.

La tradizione dice che le famiglie si portassero a casa un albero in modo che gli spiriti dei boschi potessero avere un posto dove stare caldi nei mesi invernali. Si appendevano campanelle ai rami per poter riconoscere quando uno spirito era presente. Veniva appeso anche del cibo per farli mangiare e una stella a cinque punte (il pentagramma, simbolo dei 5 elementi) era messa in cima all’albero. I colori utilizzati erano il rosso e il verde. Ci si scambiava doni e si banchettava. Tutti elementi e simboli presenti nella nostra attuale festa di Natale.  I  sempreverdi e gli alberi da frutta sono elementi tipici delle celebrazioni del solstizio. Il sempreverde, che mantiene le sue foglie verdi tutto l’anno, è simbolo della persistenza della vita anche durante l’inverno così freddo e buio, quindi una speranza di rinascita, e l’albero di Yule invece, rappresenta la fortuna per la famiglia e la fertilità per l’anno che sarebbe arrivato.

Nell’antica Roma veniva festeggiato il Dio Saturno (Crono) e il periodo che iniziava a metà dicembre per finire il primo di Gennaio era chiamato Saturnalia. In quell’occasione si era soliti scambiarsi dei regali di buona fortuna chiamati Strenae (da qui la tradizione delle strenne natalizie). Si decoravano case con ghirlande di alloro, sui sempreverdi venivano accese delle candele e ceppi venivano accesi per dare calore. Ma più precisamente, come abbiamo visto, nel periodo tra il 21 e il 25 dicembre, veniva festeggiato il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del Natale del Sole Invitto, il Sole Bambino, cioè il dio indo-iraniano Mithra, divinità della luce.

Il calcolo dei Solstizi, anticamente, era svolto per mezzo dell’osservazione degli astri. Gli antichi possedevano grandissime nozioni di astronomia e matematica che permetteva loro di calcolare, con una precisone sorprendente il moto celeste. Queste conoscenze portarono alla costruzione di siti, punti di osservazione del cielo, luoghi di culto simbolici, ecc… come i megaliti. Tra i siti più famosi in Europa ci sono Stonehenge e Newgrange, la prima in Inghilterra e la seconda in Irlanda, che è perfino più vecchia delle piramidi e legata al Solstizio d’Inverno. Stonehenge, invece è legata a quello d’estate.

Altri monumenti allineati coi solstizi sono stati trovati in Scozia, in tutta l’Irlanda e in Inghilterra. Il Solstizio, che significa sole immobile, è il momento in cui il Sole, in rapporto alla Terra, è nel punto di minima declinazione. Il sole pare che rimanga immobile, perchè comincia ad invertire il moto apparente di declinazione che ha raggiunto sul piano equatoriale. Quindi, in realtà nasce 3-4 giorni dopo, esattamente il 24 dicembre (così come quello estivo è il 24 giugno), esattamente sei mesi dopo che è morto! Ma perchè diventa più importante il 21 del 24, cioè la vigilia? Perchè è nell’oscurità che tutto ha inizio. Essendo la festa della rinascita della luce, nella notte più lunga dell’anno, viene chiamata Festa della Luce per commemorare la Dea Madre, o celebrare la vittoria del Signore della Luce su quello dell’Oscurità.

Presso i celti, durante la festa di Yule, si accendevano fuochi, si macellavano gli animali e si faceva gran festa e come festa della rinascita della luce e del sole, era celebrata col fuoco e l’uso di un ceppo di Quercia, salvato e tenuto, durante l’anno, per proteggere la casa: decorato con aghi di pino e pigne veniva bruciato nel caminetto per simbolizzare il sole che ritorna. Il fuoco si teneva vivo per 12 giorni nel camino e le ceneri venivano poi sparse nei campi per fertilizzarli e propiziare il raccolto (ancora il simbolismo del dio arboreo che si sacrifica). Si accendeva anche una candela che doveva bruciare tutto il giorno, senza spegnersi, per richiamare il potere del sole, della luce e del calore. Se si fosse estinta prima del tempo, era visto come presagio di sventura. Anche il cibo rimanente della cera era sepolto sotto le piante per renderle fertili. L’offerta dei doni fu poi trasformata nell’odierno scambio di regali.

L’eterna lotta tra buio e luce, Agrifoglio e Quercia è ben rappresentata dalla pianta del Vischio, pianta parassita e sempreverde della quercia, anche quando essa è morta: lui appare come un cespuglio verde tra i suoi rami spogli e secchi succhiandone la linfa, senza mai mettere radici a terra. Inoltre, il Vischio fruttifica proprio al Solstizio d’Inverno, con le sue bacche biancastre e gelatinose. Era considerata una pianta sacra. Il vischio, l’agrifoglio, il biancospino e l’edera non solo erano decorazioni di esterni, ma anche di interni. Un rametto di agrifoglio veniva tenuto tutto l’anno per assicurare fortuna alla casa e a chi ci risiedeva. Il Vischio era simbolo di fortuna, fertilità, immortalità e rinascita ed era appeso al soffitto o portato in dono.  Altri elementi tipici del periodo sono le arance con chiodi di garofano, il melograno e la ghirlanda che rappresenta la ruota che gira, il cerchio senza fine, i cicli della natura e della vita.

Una tipica bevanda di derivazione inglese è il Wassail, parola che deriva da Wes Hal che significa “alla tua salute”. A base di vino e/o sidro con frutta e spezie, veniva servita calda. Il cibo consumato era, ed è: maiale, noci, pere, mele, arance, frutta secca o candita, patate, cipolle, dolci al cumino o speziati e tanto idromele.

Alcuni ritengono che Odino, divinità nordica, alto e longilineo, con un lungo vestito nero, fosse colui che portava regali, prima che “Babbo Natale” diventasse popolare nell’epoca vittoriana, con l’immagine, a noi cara, dell’omone grasso e felice, vestito di rosso e bianco, con la slitta trainata da renne volanti e un sacco pieno di doni. Le prime leggende raccontano di questa figura folkloristica molto antica: pare che Babbo Natale, omone bonario con un sacco pieno di doni, abitasse i boschi e guidasse un cavallo bianco e non una slitta con tante renne volanti e che il suo nome non fosse Babbo Natale ma, Santa Claus cioè San Nicolaus, (San Nicola) della tradizione nordica, dove viene ancora ricordato come dispensatore di doni, miracoli e protettore dei bambini, aveva abiti di colore verde, blu, o bianco (a seconda del luogo in cui veniva raccontato), ma sempre con barba e capelli bianchi e lunghi.

Mentre, quello che conosciamo noi ora, come Babbo Natale, è stato inventato dalla Coca Cola negli anni ’30, frutto delle menti pubblicitarie, in particolare di Thomas Nast, della famosa ditta, per riprendere i colori della popolare bibita. Egli guida una slitta carica di doni, trainata da renne volanti che nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, porta regali ai bambini di tutto il mondo. Nella tradizione cristiana è Gesù Bambino o i Re Magi che portano i doni.

Il potere che inverno, freddo e oscurità  esercitavano sulle antiche popolazioni agresti era immenso, diventava una lotta per la vita o la morte: trovare cibo, la luce, fare calore,… era pura sopravvivenza, il sostentamento era determinato dalla diretta capacità oggettiva e reale di guadagnarseli e mantenerli. Si trattava di soddisfare bisogni assolutamente primari e vitali. Basti pensare che ad oggi è rimasta comunque l’idea di dover illuminare in qualche modo, con tante luci, questa parte dell’anno così buia. Ecco perché era così fondamentale calcolare bene i periodi e le stagioni, in modo da prevedere e prevenire situazioni critiche che, altrimenti, avrebbero portato alla morte certa.

Nell’oscurità e nel freddo solo i più forti sopravvivono, facendo leva sulle proprie forze interiori e affidamento su chi ci sta accanto, per poter superare tutto questo ed accogliere la luce della rinascita. La luce di Yule chiarisce gli aspetti oscuri che sono venuti fuori. Questo è il tempo dei chiarimenti, della verità, interrogandosi sui reali bisogni, sulle scelte fatte, sul cammino intrapreso, il tempo in cui lasciar andare le paure, i dubbi, le idee logore e i progetti finiti o qualsiasi cosa della vita che ci tiene lontani dai nuovi inizi che porteranno ad una nuova crescita, perché la Luce nuova porta speranza e rinnovamento, dissipa il buio togliendo tutte le paure e i dubbi. In questa notte si lascia andare il passato e si cammina verso la Luce, ed è proprio in questa notte che piantiamo i semi del cambiamento. Anche se questa festa di rinascita e luce cade nel momento più scuro dell’anno, Yule è un momento sacro, di pace, un momento per i legami famigliari, la famiglia, gli antenati, la concordia e la serenità. Il dono di “Natale” è la modellazione dell’opera iniziata attraverso una spinta di creazione, di energia ma, rispettando con pazienza i tempi necessari alla trasformazione e il dono arriva solo se si è capaci di utilizzare quell’energia per purificarsi e diventare diverso da ciò che si è, che si era. Un processo per cui la saggezza è un derivato dell’accumulo degli anni, sugli anni ed è un lavoro incessante. La luce non deve scacciare l’oscurità ma, deve essere guida per uscire dal tunnel durante il cammino spirituale lungo la ruota dell’anno. Finché esisterà la luce, esisterà anche il suo opposto: la luce genera, per sua natura, l’ombra, che non è qualcosa di diverso da sè stessa, ma una faccia della stessa medaglia. Senza una o l’altra non ci sarebbe vita.

La tradizione vuole che i festeggiamenti di Yule e del solstizio durino una settimana. Ci vuole tempo per capire e imparare. Non si apprendono in un giorno o in un ora. Quello che conta non è una data, ma il vostro cuore e il vostro intento. È importante sempre come vi sentite, e, a volte il giorno che sia il 20 o il 22 non ha importanza. Parte tutto da dentro il vostro animo! La Luce di Yule non è fuori ma dentro di noi e per brillare illuminando il mondo, ci va tempo e pazienza, per questo il lavoro di Yule inizia il primo giorno di dicembre e occorre tutto il mese per capire e comprendere queste energie e operare le giuste trasformazioni interiori.

Tutte le religioni di origine più antica, indipendentemente dalla dottrina che predicano, si basano sul ciclo naturale arboreo di ciclicità della vita con: nascita, maturazione, riproduzione e morte del dio arboreo, cioè il frumento, che ha cambiato radicalmente il concetto di crescita sociale e religiosa dell’intera umanità. La celebrazione dei sabba serve a ricordarci in ogni istante che il mondo gira, il tempo scorre, in un ciclo incessante e che il divino è strettamente legato alla natura, a ciò che ci circonda e noi ne facciamo parte, dalla nascita alla morte.

In questo momento il respiro della natura è sospeso, gli spiriti della Terra e dei boschi ora riposano, la natura è in letargo, si festeggia la natività, con giorni di feste e banchetti, nelle case in cui le famiglie si riuniscono intorno al calore dei fuochi, e ci si scambia doni augurali e ci si dedica al riposo. La neve, fuori, ricopre tutto come una morbida coperta bianca, tutto è apparentemente fermo, ma si prepara al lavoro e all’esplosione di energia e colori della stagione primaverile, che donerà alla Terra i nuovi boccioli di vita, con l’equinozio di Primavera. Yule è la vita che fiorisce di nuovo, in silenzio, sotto la neve!

Pratiche per la festa di Yule:

  • Cantare le classiche canzoni del periodo.
  • Ricordare quando si era bimbi e aspettare Babbo Natale.
  • Fare le proprie scusa a qualcuno, se abbiamo sbagliato.
  • Suonare delle campanelle per salutare il mattino del Solstizio.
  • Pensare intensamente a ciò che si vuole ottenere con l’anno che inizia.
  • Cucinare biscotti che rappresentino il sole.
  • Fare una piccola preghierina per il nonno o la nonna scomparsi.
  • Costruire le vostre cartoline d’auguri.
  • Fare un calendario dell’avvento di Yule con i bimbi.
  • Spiegare il vero significato della festa di Natale alle persone che amate.
  • Fare delle belle ghirlande, anche da portare sulla testa.
  • Mettere i palmi delle mani su un albero e sentire le sue radici, la sua vita, la sua linfa.
  • Fare delle stringhe di popcorn e appenderle fuori casa perché gli uccelli possano mangiarli.
  • Se nevica, non dimenticare di fare un bell’angelo con gambe e braccia sulla neve fresca.
  • Riportare tra gli amici la tradizione del Wassail. Andare da loro e chiedere da bere in cambio di una canzone e benedire i donatori e il cibo.
  • Donare cibo e vestiti ad altri meno fortunati.
  • Preparare del buon thè speziato con cannella, chiodi di garofano, arancio.
  • Decorare l’albero con segni del sole, cuori, mele, pezzi di arancio secchi, cerbiatti, piccole campanelle per chiamare gli spiriti e le fate.
  • Cucinare un bel dolce il tronchetto di Natale!
  • Appendere il vischio alle porte per dare i baci tradizionali.
  • Fare un ramo o alberello dei desideri dorato, sul quale appendere cartoncini colorati con scritti i propri desideri e quelli delle persone amate e degli amici.
  • Fare della cioccolata calda e metterla in un thermos, quindi andare a fare una bella passeggiata nel bosco avendo pronta la cioccolata da deliziarvi tra gli alberi.
  • Fare piccoli doni per gli amici e le persone amate.
  • Accendere delle piccole candele rosse e verdi sulla porta, sulla tavola, sul camino.
  • Fare delle ghirlande di agrifoglio e vischio, abete ed edera.
  • Mettere una stecca di cannella nel portafogli, in tasca o in borsa, legata con un nastrino rosso. Porterà nuovi soldini.
  • Aiutare mamma, nonna e zie a cucinare il pranzone di Natale e lasciare che la vostra energia positiva fluisca nel cibo.

Autore: Dorotea
Categoria: Spiritualita